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USI E COSTUMI PERETANI SCOMPARSI
Estratto dalla Chiacchiera
Credo sia opinione diffusa che tra le molte tradizioni paesane della Pereto
di mezzo secolo fa, una sola sia
scomparsa senza lasciare rimpianto o nostalgia, anzi!
Era il diritto-dovere, da parte di un "collettivo" delle
due famiglie, di controllare e "pubblicizzare"la mattina della prima
notte, l'illibatezza della sposa.
Credo che proprio per sottrarsi al rischio di traumi conseguenti all'esito di
tali verifiche ... medioevali,
appena nel dopoguerra le condizioni economiche delle
famiglie sono migliorate un po', i più precoci (?!) moderni amatori, direttamente dal banchetto nunziale, hanno
iniziato l'abitudine di spiccare il volo per il viaggio di nozze, lungi da occhi indiscreti.
Altre tradizioni, invece, sono ricordate dai meno giovani con autentica nostalgia: i decenni trascorsi dalla
loro scomparsa le richiamano alla memoria aureolate di
poesia e di leggenda.
Rievoco per me e per voi le tradizioni che più colpirono la mia fantasia
di fanciullo, prima che le vicende della vita mi portassero per decenni
lontano dalla mia bella Pereto: le "cerimonie" prenunziali.
Dopo le pubblicazioni matrimoniali in chiesa e al municipio, l'ultima
settimana precedente il matrimonio, non solo i parenti e gli amici degli sposi cioè gli
invitati, ma, indirettamente, tutto il paese veniva coinvolto nell'euforia
del folklore nuziale.
Il lunedì o martedì avveniva il trasferimento della biancheria della
sposa in casa dello sposo.
La biancheria veniva sistemata in capaci canestri di vimini portati sul
capo dalle donne del parentado in un preciso ordine preferenziale: in testa alla colonna delle "canestrare" incedeva, con il materasso in ispalla
e appeso al collo il "tortaru" (ciambellone azimo schiacciato e a grossi
pizzi, regalatogli dalla sposa) il più prossimo parente dello sposo:un fratello o un cognato; subito dopo seguiva il 1° canestro con i cuscini,
portato dalla parente più prossima della sposa; seguivano poi in ordine alterno i canestri con il resto del corredo sulle teste delle parenti
dello sposo e della sposa.
Il corredo consisteva in diversi capi di biancheria e a seconda del
le possibilità economiche; 20 lenzuola, 20 asciugamani, 20 federe, 20
sparre (specie di canovacci da cucina): le più abbienti portavano 40
capi o più.
Tutti i capi di biancheria erano scrupolosamente elencati
nella cosiddetta "carta dotale" firmata dallo sposo. E i coeredi della
sposa tiravano 'fuori' la carta dotale e ne tenevano debito conto
nella spartizione dell'eredità.
E' superfluo dire che alla partenza e all'arrivo, cioè in casa della
sposa e dello sposo c'erano per tutti "ciamrnillitti" e vino.
Il giovedì successivo il paese si animava di più per la più festosa
e fastosa processione dei canestri delle vettovaglie. In questa occasione i canestri contenenti tre o quattro pagnotte di pane, tre o
quattro bottiglie di vino, un abbacchio o un cosciotto di pecora, farina,12 o più uova erano coperti da un velo bianco fermato da un nastro
rosso per i parenti dello sposo, rosa o celeste per i parenti della sposa.

Il corteo dei canestri a piazza della fonte (foto 1960)
Le canestrare si riunivano a gruppi di vicinato, poi, in processione, si avviavano in casa della "recenta"che
era la parente più prossima
dello sposo e della sposa.
La "recenta" dello sposo prendeva il comando della colonna seguita
da tutti i canestri con il fiocco rosso, poi, dietro la "recenta"della
sposa seguivano i canestri dal fiocco rosa o celeste.
I vestiti indossati in questa cerimonia erano i secolari costumi
dei personaggi da pitture medievali: bellissimi: ampie gonne pieghettate di seta cangiante tra l'oro, il rosso e il viola; un busto di
stecche di canna d'india foderata a colore della gonna; un corpetto
trinato bianco o a colori; sciallette sulle spalle e fazzoletti bianchi o variopinti sul capo.
Era una vera festa degli occhi e del cuore la vista di quelle belle
donne ammantate in quei bei vestiti,incedenti in quel rito millenario.
E tutti si affacciavano alle porte per non perdersi lo spettacolo, e
i più giovani si accodavano festosi e chiassosi al corteo.

Corteo dei canestri alla Mola
Il compare dello sposo, oltre i viveri, metteva nel canestro anche un
paio di mutande, come regalo personale:alla sposa invece veniva offerta o una "sparra"
o un asciugamano.
E così tutto il paese attendeva il giorno delle nozze.
Anche in chiesa i "ricinti" (moglie e marito) avevano il posto d'onore, rispettivamente a fianco dello sposo e della sposa.
All'uscita dalla chiesa, sulla soglia, la sposa si segnava con "gliu
tortaru" che le porgeva la "recenta" dicendo: "Padre, figliu e Spiritu
Santu; me so' fattu i'asinu 'ntantu campo" (Mi son fatto il somaro fino a che campo!).(E le moderne femministe c'insultano che avevamo schiavizzato le nostre donne!)
Proclamato ad alta voce,con quella frase,il ruolo che la tradizione (?)
assegnava al suo uomo nel menage familiare,la sposa si lanciava il
"tortaru"dietro le spalle; e parenti ed amici tentavano di arraffarlo per rompersene la porzione più grande, perchè più grande era il
pezzo, più grande la fortuna che ne sarebbe derivata. E tra la "rissae le zuccate"il povero"tortaru" veniva sminuzzato, o meglio, "scinicatu" come certe reliquie.
Quando la sposa era di un paese del mandato di Carsoli, aveva luogo la
cavalcata nuziale. Da Pereto, su muli e cavalli dai finimenti agghindati di fiocchi e nastri rossi e dai basti e selle bardate di coperte
dai colori sgargianti, partiva la carovana degli invitati dello sposo,
per il paese della sposa.

La cavalcata
Il più "intenso traffico matrimoniale" sembra sia stato tra le due frazioni di Carsoli, Villa Romana e
Monte Sabinese con Pereto.
Sembra che le mansioni che da noi venivano svolte dai "ricinti"colà
venissero svolte dai "Camerlenghi".
Dopo la cerimonia religiosa, ecco la "crapula" (in quei tempi, nei quali
non dico l'abbondanza e la grascia, ma la stessa sufficienza dei mezzi
di sostentamento era privilegio di pochi), a confronto della quotidiana alimentazione quasi "gandhiana"per la maggioranza degli invitati, e
il pranzo nuziale era l'occasione di una rivincita sull'appetito perenne o almeno,del mangiare più "cristianamente" del solito!
E certo con quella farina che non conosceva concimi e con quella carne che non conosceva mangimi, non avvenivano i frequenti avvelenamenti
dei pranzi nuziali moderni. L'unico inconveniente era una momentanea
pesantezza di stomaco e dilatazione dei visceri "disabituati"a quel
volume di cibo. In compenso ci si sentiva nutriti per giorni.
Prove ne erano le "filattere" dei monumenti ... organici che costellavano le Piagge, "u' Busciu", la Portella, S.Antonio 'e Paghetto
e le altre adiacenze del paese, che erano in quei giorni più compatti, più equilibrati, più olezzanti del solito! (Gia;in quei tempi anche
questo era un problema giornaliero, poichè il gabinetto esisteva alla caserma dei CC., al Comune, alla Villa Vicario ed in qualche altra casa!)
Dopo il pranzo nel paese della sposa,si formava la carovana degli invitati peretani che, insieme agli sposi si avviavano verso Pereto.
A metà strada il "Ricintu" dello sposo si staccava al galoppo dal corteo e correva a Pereto a preannunciare l'arrivo ai familiari dello
sposo. Dato l'annuncio,al messaggiero trafelato veniva offerto sulla
soglia dell'uscio un bicchiere di vino. II "ricintu"lo tracannava e
sbatteva fuori dell'uscio il bicchiere scocciandolo (di qui "u scoccia picchierui'), significando l'augurio che tutti i guai restassero fuori
della porta di quella casa,dove stava per entrare la nuova coppia per
iniziare la vita dell'amore e della felicità!
...
Date le ristrettezze economiche, causa prima delle ristrettezze edilizie, non era facile, per una famiglia numerosa, attrezzare un angolo per l'alcova degli sposi,a mano a mano che un
figlio prendeva moglie. Impossibile, con tutta la buona volontà
garantire l'intimità della luna di
miele, e tanto meno della prima notte di
nozze; per più motivi.
Prima di tutto perchè i tramezzi delle "stanze" fatti
di frasche e calcinacci, erano tutt'altro che robusti e
insonorizzati. Secondo, perchè il "talamo" consisteva. in
"tripicciuni" o cavalletti di legno che sorreggievano tavole su cui poggiava "u pagliacciu", il pagliericcio
gonfio di "scartosci" o foglie rinsecchite delle pannocchie
di granturco. Il terzo e più importante motivo era che in
quei tempi quasi tutti, rispettavano "il frutto proibito"
fino al giorno del matrimonio.
E' noto come si usasse "fare l'amore" in
quei tempi,cioè essere fidanzati.
Il fidanzato passava due o tre ore la sera in casa della
sua ragazza, seduto attorno al fuoco o ad un tavolo con
tutti o quasi i familiari di lei. Rari gl'incontri a due
per strada, rarissimi e istantanei erano una stretta di
mano o un abbraccio: che facevano sprizzare "Caroe", scintille.
Naturale che dopo questo tipo di lungo amoreggiamento, i nubendi, privi di ogni
altro spasso, non sognassero che quella notte e che, giuntivi,"facessero alle "tutte".
Nessuno sa se gemiti e sospiri muovessero a fisarmonica
quelle pareti di frasca: mentre è certo che quei poveri "scartosci"
del pagliericcio al mattino erano ridotti in "cama appizzella".
E per prepararlo alle future battaglie, attraverso le due "scarselle"si dovevano risollevare i "scartosci" appiatti ti e rinforzati
con una parte di nuovi. Ma al mattino dell'insonne nottata c'era "la
spasa"cioè l'esibizione del marchio roseo della verginità, previa
l'introspezione tra le lenzuola di canapa da parte delle "recente",
delle madri degli sposi e di qualche maligna pettegola che era comune interesse ammettere alla costatazione che
tutto era andato come doveva. E guai a qualche Eva che volesse far la furba per coprire qualche fallo prematrimoniale facendo coincidere il
matrimonio con il suo ciclo mensile. II matrimonio andava fissato pertanto
lontano da quei giorni. Sappiamo di qualcuna che per imprevista o imprevedibile
coincidenza dei due eventi, pur essendo di una indiscussa onestà,è stata per anni in urto con la madre, trovandosi in difficoltà a quel ... pubblico controllo. E di un'altra, rispedita
addirittura da sua madre la stessa mattina del controllo dall'esito sfavorevole! Chissà che non siano da attribuirsi, forse, a timori di questi controlli pubblici da vero "giudizio di Dio" altri due episodi
che ci turbarono da bimbi. Eccoli. Dopo il si dello sposo all'altare,
la sposa all'analoga richiesta rivoltale dal Sacerdote, rispose: "No"
tra la costernazione di tutti. Ed una sposa ancora sta aspettando
alla porta della chiesa l'arrivo dello sposo. E sono passati 60 anni. Dopo l'esame autostico si festeggiava l'esito positivo nella
stessa alcova con le leccornie di lusso "ciammillitti', caffè, vermout e
marsala per gli sposi inquisiti e per le inquisitrici.
Ma per la sposa, un'altra settimana intera di assoluta clausura: guai
a lei se avesse osato affacciare il naso fuori della porta. Era convinzione popolare che si sarebbe immediatamente "abbottata" a
dismisura e allora addio amore. La domenica successiva, invece, la sposa
"rescea"in festa, con le"recente'' e pochi intimi. Prima a Messa,
confessione del contatto con l'uomo, Comunione e riammissione nella comunità ecclesiale; poi al pranzo offerto dalla mamma della sposa.
Dopo ogni parto, oltre il categorico divieto di contatti coniugali
per almeno 40 giorni, che, dalla nascita di tanti "curdisci"sembra
che pochissimi riuscissero a rispettare,la sposa era sottoposta a
riti purificatori. Con un cero acceso attendeva per un certo tempo
fuori della Chiesa in preghiera. Poi tenendo un lembo della stola
del Parroco, pregando con lui e procedendo lentamente si avviavano
verso l'altare. Benedizione. Comunione e la novella madre si risentiva sposa e cristiana. O tempora o mores! Questi erano:possono piacere
o non piacere.Il nostro giudizio personale? Eccolo. Francamente dichiariamo di comprendere ma non approviamo affatto tutto quel rigorismo savonaroliano, quelle esagerazioni di inibizioni e tabù, specialmente
nei confronti delle donne.
Cosi come disapproviamo con nausea il lassismo civile e morale dei
nostri tempi che ha trascinato tutti individui, famiglie, popoli allo
sfascio anche economico. Nessuno,vogliamo agurarci avrà la faccia di
bronzo di accusarci di razzismo nè di faziosità fatte salve le legioni di
giovani che anche oggi vivono degnamente e meritano la nostra
stima,la nostra propensione di nostalgia vada a quei ragazzi e a
quelle ragazze di tempi andati. Mentre oggi si è carichi di superfluo
essi erano privi del necessario. Eppure che tempre, che resistenza alla
fatica,allo studio,che impegno nella professione. Sani dentro e fuori,
che vigoria quei ventenni e quelle ventenni, senza soccorso di eroina nè di mariuana!
Che strazio vedere oggi ventenni che si reggono in
piedi per pratica e se si appoggiano l'un l'altro anzichè sostenersi, s'afflosciano insieme come molluschi. Ci richiamano alla mente i
versi con i quali non ricordiamo più. quale poeta bollava i pochi "drogati"di allora, i precoci ragazzi fumatori di "biofò" strappacore, cioè
di qualche sigaretta di "frusci" o foglie secche condite di creolina!
...
ANTONIO CAMERLENGO (U Tenente Curtu)
Foto da matrimoni
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| anno 1949: Cavalcata degli sposi |
anno 1949: Gli sposi |
anno 1956: donne che recano i canestri della sposa |
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