Pereto (AQ)
Pietre a secco

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LE STRUTTURE IN PIETRA A SECCO, CON PARTICOLARE RIGUARDO AL TERRITORIO DI PERETO (AQ)

 di Giuseppe Gisotti

 

N.B. Questa nota è stata tratta da un articolo dell’autore apparso sul n. 4/2003 della rivista “Geologia dell’Ambiente”, organo della SIGEA Società Italiana di Geologia Ambientale

 

1. INTRODUZIONE

La tecnica della costruzione in pietra a secco si basa sull’uso della pietra come unico elemento costruttivo, senza l’utilizzo cioè di materiali leganti.

A partire dall’elemento base del muro, che generalmente ha funzione di contenimento allo scopo di livellare e incrementare le superfici coltivabili, la pietra a secco investe l’interezza del sistema agricolo, compresa la costruzione di infrastrutture e di edifici, in particolare le capanne in pietra a secco.

Questa tecnologia è da annoverare tra quelle “povere”, in cui l’uso dei materiali avviene senza mediazioni, in un rapporto diretto con l’ambiente e, pertanto, con un minimo apporto energetico, sia per quanto riguarda l’energia termica necessaria per le trasformazioni chimiche, che quella meccanica per il trasporto.

I muri a secco vengono impiegati per delimitare le proprietà, proteggere la crescita e lo sviluppo delle piante creando microclimi favorevoli, interrompere l’acclività del versante allo scopo di controllare i fenomeni erosivi dei terreni coltivabili, regimare le acque e creare strutture di accumulo di terra e di acqua interstiziale, fattori chiave, questi ultimi, nelle aree mediterranee caratterizzate dalla scarsità idrica nei mesi estivi e da intense precipitazioni con effetti spesso distruttivi (nei mesi invernali ma non solo). La concomitanza di alcuni fattori, quali l’abbondanza di materiale lapideo idoneo senza possibilità di valide alternative, la necessità di costruire strutture per la difesa del suolo e per ricovero in condizioni disagiate, il bisogno di spietrare il terreno per migliorarlo, porta naturalmente a realizzare questa tipologia di manufatti.

Dal punto di vista geologico, la materia prima per realizzare le strutture in pietra a secco può essere costituita dai più diversi tipi litologici, dalle arenarie e ofioliti della Garfagnana alla lava dell’Etna, dai calcari dell’Abruzzo ai “trubi” (marne) della Sicilia sud-orientale, dalle serpentiniti del Savonese ai porfidi di alcune zone del Trentino-Alto Adige; l’importante è reperire in loco tale materia prima, tanto che l’osservazione dei citati manufatti può aiutare il rilevatore a comprendere la natura del substrato litologico, che può essere la roccia in posto oppure blocchi contenuti nella coltre detritica.

La pratica di interrompere l’acclività del versante da coltivare creando fasce o ripiani subpianeggianti sostenuti  da scarpate può essere distinta in due grandi categorie.  La prima riguarda la stabilizzazione delle scarpate in terra mediante l’impiego di zolle inseminate con specie erbacee particolari, che hanno la capacità di radicarsi in profondità, svolgendo una funzione simile a quella di una miriade di minuscoli micropali: questo procedimento prende il nome di ciglionamento, assai diffuso. La seconda pratica consiste nel contenere il riporto di terra mediante un muro a secco, e questo secondo procedimento prende il nome di terrazzamento, in quanto si realizzano terrazze sostenute da strutture murarie con impiego esclusivo dei materiali reperibili in loco, con tecnica tradizionale “a secco”. Se facciamo riferimento in particolare alla pratica del terrazzamento, il paesaggio terrazzato risulta diffuso in molte parti del mondo, dal bacino del Mediterraneo, all’Europa atlantica, alle Isole Britanniche e quindi a varie zone dei continenti (Pappalardo, 2002).

I terrazzamenti, e in generale le opere in pietra a secco, sono il frutto di un immane lavoro secolare e di una cultura della pietra che si è sviluppata nei vari territori in relazione alla peculiarità delle risorse naturali e socio-economiche e alle differenti circostanze storiche, maturando pertanto espressioni formali strettamente legate al luogo.

E’ un patrimonio culturale, fragile per le sue caratteristiche costruttive in quanto la sua conservazione richiede una costante manutenzione; esso, a parte alcuni rari casi, è in avanzata fase di abbandono, e quindi di degrado, a causa delle mutate condizioni di uso del suolo e di sviluppo socio-economico rispetto a quelle che ne costituivano la motivazione. Merita però che almeno una parte di tale patrimonio venga conservata nella sua forma ed efficienza, non solo per motivi di recupero culturale ma anche perché alcune sue funzioni sussistono tutt’ora: un esempio è il ruolo dei muri a secco nella difesa del suolo e della relativa economia viti-vinicola delle pendici terrazzate delle Cinque Terre (Fig. 1).

 

Fig. 1 - I vigneti terrazzati delle Cinque Terre, patrimonio mondiale dell’Umanità (Foto: Brancucci)

 

Infine si avverte che, nella presente nota, per quanto riguarda i muri di contenimento non vengono presi in considerazione i gradoni usati nella pratica del rimboschimento e in generale i muri di sostegno adibiti espressivamente alla stabilizzazione dei pendii, mentre per quanto concerne gli edifici si fa riferimento solo ai ricoveri stagionali aventi funzioni agro-pastorali, escludendo le dimore stabili come i trulli di Alberobello o le strutture aventi un ruolo funerario o di fortilizio, come le tholoi micenee e greche o i nuraghi sardi.

 

2. LE STRUTTURE 

Possiamo suddividere i manufatti in pietra a secco in tre categorie: le strutture più semplici, ossia i muri ( o muretti), tra cui i gradini o gradoni usati per la pratica del terrazzamento, e quelle più complesse, ossia  alcune tipologie di edifici, come le capanne per pastori dell’Abruzzo,  e alcune infrastrutture, come sentieri e piccole strade lastricate contigui ai muri  o alle capanne in pietra a secco.

Le funzioni di tali manufatti investono l’interezza del sistema agricolo e logicamente variano a seconda di alcuni fattori locali: un primo fattore è quello orografico, nel senso che una più o meno elevata pendenza (energia del rilievo) impone la necessità di creare artificialmente delle superfici pianeggianti per l’impianto delle colture e quindi muri a secco a sostegno  dei terrazzamenti; un secondo fattore, strettamente connesso col precedente, è il modesto spessore dei suoli e quindi la necessità di incrementare per fini produttivi tale caratteristica pedologica; in particolare questo tipo di sistemazione dei versanti si rende necessaria principalmente a seguito dell’esigenza di trattenere la frazione fine dei suoli agrari;  un terzo fattore è quello litologico, in quanto la presenza o meno in loco di conci e frammenti lapidei condiziona la realizzazione della struttura e la distribuzione del fenomeno, mentre la natura litologica di tali materiali  influenza la forma, le dimensioni, la tipologia costruttiva di tali manufatti.

Acclività dei versanti e modesto spessore dei suoli rappresentano una grave limitazione per lo sviluppo delle pratiche agrarie ed essi vengono parzialmente superati con la pratica del terrazzamento.

Ad esempio i terrazzamenti delle Cinque Terre in Liguria  si estendono sui versanti costieri e nelle valli dell’entroterra, e coprono gran parte di quell’area geografica, innalzandosi dal livello del mare fino alle quote di 800 – 900 m, che in genere è la quota massima di coltivazione dei castagneti. Il paesaggio terrazzato delle Cinque Terre rappresenta  per la sua spettacolarità e storia un “unicum” nell’ambito della Liguria,  ma il fenomeno interessa ogni lembo del territorio, sebbene in modo non uniforme.

 

3. LE TIPOLOGIE FUNZIONALI

3.1. I muri a secco e i terrazzamenti

Come detto in precedenza, i muri a secco possono avere la funzione di delimitare le proprietà e/o creare un terrapieno a tergo con lo scopo di formare suoli sufficientemente spessi e con caratteristiche tali da risultare coltivabili e nello stesso tempo di permettere la ritenzione, anche periodica, di sufficienti  quantità d’acqua.

Nel primo caso il muro viene costruito in aree pianeggianti mentre nel secondo viene realizzato in aree più o meno acclivi e in questo caso rientriamo nella pratica del terrazzamento.

Le terrazze vengono realizzate su pendii sui quali esiste un certo spessore di depositi sciolti, quali depositi eluviali e/o colluviali, detriti di falda, antichi depositi di frana stabilizzati, ecc. In vari casi i luoghi d’accumulo dei depositi prodotti da fenomeni di dissesto d’origine gravitativa costituiscono le sedi principali di sfruttamento agrario previo terrazzamento. Infatti nella maggioranza delle situazioni tali depositi presentano caratteristiche granulometriche ottimali per lo sfruttamento agrario, in quanto  sono costituiti di solito da una matrice non troppo fine (tanto che l’acqua, l’aria e le sostanze concimanti apportate dall’uomo riescono facilmente a penetrare nel suolo) che ingloba frammenti litici delle più disparate dimensioni, dalle schegge con diametro decimetrico ai trovanti con cubatura di diversi metri cubi, frammenti che possono venire impiegati per erigere i muri di contenimento o le costruzioni rurali di sussidio. La sistemazione dei versanti a terrazze costituisce inoltre una efficace pratica  di stabilizzazione delle coltri in movimento: infatti i metodi geotecnici per la bonifica delle pendici  soggette a pericolo di frana prevedono che si creino sistemi di drenaggio del corpo di frana  e che si ponga al piede dell’ammasso una struttura di contenimento (muro, gradone, gabbionata, ecc.) che ne equilibri la spinta verso il basso (Gisotti, Benedini, 2000). Il terrazzamento appare, alla luce di ciò, un sistema empirico del tutto simile, nelle finalità e nelle tecniche di realizzazione, a quello concepito dall’ingegneria civile, anche per la sua caratteristica di deformabilità associata al mantenimento della sua funzione.

Origine della pratica del terrazzamento

Per quanto riguarda l’Italia, negli ultimi anni si vengono accumulando le prove dell’esistenza di terrazzamenti del tipo con struttura muraria già in epoca preistorica e protostorica (Angle e altri, 1982). Sono noti i terrazzamenti nel territorio di Velia, colonia della Magna Grecia  in Campania,              aventi una funzione sia di tipo agricolo che di regimazione delle acque superficiali e di difesa del suolo dall’erosione

Varrone (I, XIV) fa riferimento alla costruzione di muretti a secco per delimitare le proprietà. Peraltro la stragrande maggioranza di terrazze in pietra (e di muretti a secco per delimitare le proprietà) che noi osserviamo oggi ha origine tra la fine del 1800 e i primi decenni del 1900, anche perché evidentemente i manufatti più antichi sono stati demoliti dagli agenti naturali o per mano dell’uomo o per abbandono degli stessi.  Infatti la diffusione delle pratiche del terrazzamento non può essere disgiunta, in Italia come nel bacino del Mediterraneo, da quella delle colture e delle principali tecniche agrarie. E’ evidente che lo sviluppo dell’agricoltura a maggese, cioè con una alternanza, su uno stesso appezzamento di terreno, di colture annuali per uno o più anni e per un periodo più o meno lungo di utilizzazione come prato-pascolo, ha favorito la sistemazione dei versanti con strutture di lunga durata (Pappalardo, 2002). Un altro fattore importante della diffusione del terrazzamento deve essere stata la crescita demografica e quindi la pressione antropica che ha spinto a strappare sempre nuovo terreno per la produzione di derrate alimentari, per poi magari abbandonarlo in conseguenza di una diminuzione della popolazione dovuta a guerre, emigrazioni, ecc. Ad esempio, in numerosi comuni montani dell’Abruzzo, quali Pacentro e Pereto,  tra la fine del 1800 ed i primi decenni del 1900 furono strappate tramite terrazzamenti con pietra a secco (risorsa abbondante sui pietrosi monti) alle pendici  acclivi e povere di suolo varie estensioni di terreno, da adibire ad agricoltura di montagna e a pascolo. Questi terreni furono abbandonati specialmente col secondo dopoguerra, in seguito alla massiccia emigrazione. Va da sé che hanno contribuito all’abbandono del terrazzamento anche l’evoluzione dei modelli insediativi e quindi l’ubicazione delle superfici di sfruttamento agrario, in funzione di altri fattori, quali lo sviluppo delle tecniche di regimazione delle acque e le necessità di approvvigionamento idrico.

Forme e dimensioni delle terrazze. Le forme e le dimensioni delle terrazze in pietra a secco risultano assai variabili e la loro riduzione in tipologie sulla base di questi parametri presenta una certa difficoltà, poiché  è evidente l’adattamento alle peculiarità del terreno. La  geometria delle  terrazze si può schematizzare come una sequenza di gradini, costituiti da una alzata (il muro) e da una pedata (il ripiano).  Le loro dimensioni sono variabilissime, a seconda dei fattori fisici, quali  pendenza del versante, natura del suolo che si vuole ammucchiare per coltivarlo, dimensioni, forma e litologia degli elementi lapidei che  costituiscono il muro, piante che si vogliono coltivare e dei fattori umani, che vanno rapportati alle pratiche empiriche e alle tradizioni locali, per cui si può affermare che il terrazzamento è l’espressione di una cultura, di un atteggiamento nel rapportarsi con la natura, attraverso la sistemazione dello spazio territoriale e la sua strutturazione (Pappalardo, 2002).

Per quanto riguarda lo sviluppo di queste forme trasversalmente al versante, nella grande maggioranza dei casi l’orlo tende a coincidere con la linea orizzontale, ossia con le curve di livello

La linea di intersezione fra pedata e alzata si presenta generalmente continua per distanze variabilissime, anche per centinaia di metri, in funzione dei vincoli morfologici imposti dalle dimensioni e dalla forma del versante, raccordandosi quindi ad esso con gradualità. Tale linea forma successive ondulazioni, a raggio più ampio in corrispondenza delle convessità del versante e più stretto sui fianchi delle vallecole. Un caso particolare sono le terrazze con andamento semiellittico in pianta, aventi asse maggiore che non supera la decina di metri (ma si aggira di solito sui cinque),  che si susseguono lungo il versante formando su di esso delle piazzole: sono le lunette o mezzelune. Questo tipo di strutture terrazzate risulta favorevole all’impianto di colture arboree, come ulivi e castagni, e si dimostra abbastanza stabile anche su pendii molto ripidi. La lunetta viene di solito realizzata intorno ad un solo albero

Per quanto riguarda il profilo longitudinale di un versante terrazzato, le sequenze di gradini possono presentare una discreta regolarità oppure un’alternanza costante o ancora una netta variabilità (Fig. 2).

 

Fig. 2 - Sviluppo longitudinale di un versante terrazzato. Si osservi in particolare come le dimensioni della pedata siano in relazione con l’acclività del substrato (Fonte: Pappalardo, 2002).

 

In linea generale si può affermare che la causa principale della diversità di forme e dimensioni che presentano le varie unità terrazzate, così come la variabilità morfologica all’interno delle stesse unità, si rapporta alla variazione di pendenza del terreno. Ma se ciò fosse vero in assoluto dovremmo ritrovare  una relazione matematica fra valori di pendenza e dimensioni di pedata e alzata. Questo invece non si verifica, poiché, come si è accennato in precedenza, entrano in gioco altri fattori, alcuni fisici e altri umani, nella definizione delle caratteristiche delle singole strutture terrazzate (Pappalardo, 2002).

Si consideri anzitutto il ruolo delle condizioni geomorfologiche del versante terrazzato: diversa sarà la stabilità geomeccanica del sito se l’uomo ha modellato un terrazzo alluvionale o un corpo di frana, e nell’ambito dei fenomeni franosi una discriminante sarà costituita dal loro stato di attività. Di solito, si osserva che tanto più scarse sono le garanzie di stabilità, tanto più modeste sono le alzate delle terrazze. Inoltre laddove i corpi di frana presentano contropendenze o trincee, il terrazzamento le sfrutta dando spazio ad una fascia un po’ più larga   nell’ambito della sequenza.

Un altro fattore che condiziona lo sviluppo delle alzate è la disponibilità dei litotipi più o meno adatti per la costruzione dei muri di contenimento delle terrazze. Ad esempio, la realizzazione di un muro di contenimento alto fra i due e i tre metri risulta molto più agevole dove sono presenti frammenti rocciosi modellati (o facilmente modellabili) in  blocchi (come le rocce ofiolitiche, i calcari stratificati, le lave) piuttosto che nelle zone di alcuni flysch dove come materiale da costruzione non si può ottenere di meglio che scaglie di argilloscisti o di marne.

Un altro fattore che influisce sullo sviluppo plano-altimetrico  e sulla distribuzione delle terrazze è il microclima, funzione dell’altitudine e della esposizione (e quindi soleggiamento). Ad esempio, in Liguria le terrazze raramente superano la quota di 1000 m, a causa della forte escursione termica e ventosità delle zone più elevate ed esposte; di solito i sistemi terrazzati sono orientati verso i quadranti meridionali (Brancucci e altri, 2001).

Inoltre il tipo di coltura che è destinata a svilupparsi su una certa struttura ne condiziona a sua volta la forma. L’ulivo riesce a dare interessanti produttività anche disponendo di una esigua pedata, mentre i foraggi necessitano di più ampie superfici. 

Nelle regioni montuose e collinari dell’Italia, e in particolare in Abruzzo, le terrazze con muro a secco hanno una lunga tradizione a causa della particolare asperità del territorio e  i terreni recuperati con questa tecnica vengono chiamati fasce e muri di fascia le relative strutture di contenimento. Già in documenti dell’alto Medio Evo troviamo la citazione di maxere o macerie per indicare i muri a secco relativi ai terrazzamenti, di evidente derivazione dal latino maceria, ossia muro a secco (Rovereto, 1924; Mannoni e altri, 1994).

Struttura muraria: fattore litologico e geomeccanico.  Abbiamo accennato al ruolo della litologia sullo sviluppo delle alzate dei muri; merita soffermarsi su di essa per quanto riguarda in particolare la tipologia della struttura muraria. Nell’osservazione delle terrazze con muro a secco gli aspetti principali per la comprensione delle tecniche murarie appaiono: anzitutto l’utilizzo rigoroso degli stessi materiali che costituiscono il substrato roccioso della proprietà terrazzata oppure dei detriti grossolani facenti parte del suolo e del sottostante deposito di versante, spesso derivati dallo spietramento dei campi; quindi la modulazione della tecnica in funzione delle qualità litotecniche della materia prima, con particolare riguardo alla stabilità del muro (e quindi della terrazza).

Per quanto riguarda la necessità di assicurare la stabilità del muro (nei limiti della tecnica e del materiale disponibile), un aspetto comune a gran parte delle tipologie murarie è quello di ricorrere alla disposizione dei conci con l’asse maggiore perpendicolare alla superficie del muro, con lo scopo evidente di ridurre il momento ribaltante (Fig. 3).

Fig. 3 - Rapporti fra i conci con i quali vengono realizzati i muri delle terrazze e natura litologica del substrato ossia  degli elementi grossolani presenti nel deposito di versante. In a) sono stati utilizzati gli elementi calcarei derivanti dallo spietramento dei campi, in b) sono stati utilizzati blocchi di serpentiniti; in questo caso la roccia in posto viene utilizzata come terreno di fondazione del muretto a secco.

Si noti la presenza di materiale di piccole dimensioni a contatto con l’ammasso terroso, allo scopo di favorire il drenaggio (Fonte: Pappalardo, 2002).

 Lo spessore del muro è molto variabile in funzione dei citati parametri di controllo. I muri di fascia hanno in generale uno spessore complessivo attorno ai 30 cm, ma questo varia anche a seconda della sua altezza.

La fondazione del muro è anche essa molto variabile e in generale è profonda al massimo un quarto della sua altezza. Il terreno di fondazione può essere costituito dalla roccia in posto se si trova a profondità facilmente raggiungibile.

Inoltre, le fondamenta del muro vengono di solito realizzate con blocchi o lastre di maggiori dimensioni, talvolta disposti di coltello, per meglio legarsi alle asperità del substrato roccioso, mentre elementi di dimensioni via via più ridotte si utilizzano per l’elevazione del muro vero e proprio. I piccoli interstizi tra le pietre vengono riempiti con scaglie e pietre piccole; a tergo del muro vero e proprio e a contatto con l’ammasso terroso, un cuneo di materiale minuto serve per favorire il drenaggio, ad ostacolare il passaggio di terra, lasciando filtrare solo l’acqua in eccesso; in tal modo viene a verificarsi una funzione statica ed una agronomica (Brancucci e altri, 2000).

Il coronamento del muro può essere costituito da grosse lastre di pietra, oppure può essere realizzato con lastre o pietre appuntite messe di coltello, ad esempio quando il muro di contenimento diventa anche muro di delimitazione di proprietà e si vuole impedire il passaggio di animali al pascolo. Allorché la funzione si limita a quella di muro di confine, questo risulta meno elaborato rispetto ai precedenti, come nel caso di quello notato a Pereto (Fig. 4).

 

Fig. 4 - Pereto (AQ). Mulattiera fra Fonte Vecchia e Santuario della Madonna dei Bisognosi. Muro in pietra  a secco, in blocchi calcarei irregolari, con numerose inzeppature di scaglie, con funzione di limite di proprietà e di ostacolo al passaggio del bestiame. Il coronamento del muro è costituito da elementi meno irregolari, talora lastriformi, messi di taglio ed inclinati di pochi gradi. Le dimensioni sono: altezza 1,50 m, ritenuta sufficiente per non permettere il passaggio del bestiame e spessore 0,90 m (Foto: Gisotti).

 

L’abilità del muratore consiste nel saper combinare gli elementi litici poligonali, che necessitano di essere disposti in modo che la muratura risulti staticamente resistente. Avendo i conci generalmente più di quattro lati, i contatti fra di essi vengono assicurati dalla frapposizione di scaglie, non essendo previsto l’impiego di malta legante.

Come è stato detto, la tipologia del muro varia grandemente da area ad area geografica. Ad esempio si è notato che in alcune zone della Sicilia, come in provincia di Ragusa dai Monti Iblei fino agli Stagni costieri di Vendìcari,  è ricorrente una tipologia di muro basato su due pile affiancate di pietre sormontate da un’unica pietra cupoliforme .

In conclusione il muro a secco, dovendo contenere la spinta di quantità notevole di terra, deve avere caratteristiche di robustezza ma anche di flessibilità. Osservando le strutture terrazzate in abbandono, ci si rende conto di come il cedimento di una porzione di muro non impedisca, solitamente,  di mantenere la stabilità globale della terrazza.

Per quanto riguarda le fonti di approvvigionamento della materia prima, si è detto che nella grande maggioranza dei casi si tratta di conci provenienti dallo spietramento dello stesso campo, quindi di materiale raccogliticcio, anche di varia natura litologica, privo di ogni lavorazione; il materiale può anche derivare da una piccola cava di prestito aperta nell’affioramento più vicino al podere, dalla demolizione di edifici antichi abbandonati; oppure vengono utilizzati ciottoli di fiume o anche grossi trovanti che emergono  dalle coltri detritiche. Non è raro il caso di rinvenire una muratura che è stata completata inzeppando le cavità residue con laterizi di recupero.

L’accumulo della terra, il drenaggio, la pedogenesi, le colture. La parte più “viva” della terrazza è costituita dalla pedata e dal suo riempimento. Questo è formato dalla coltre detritica sulla quale è avvenuto l’impianto del terrazzamento, privata della sua frazione più grossolana  che, come è stato accennato, è stato utilizzata per la costruzione del muro di contenimento. La superficie di una terrazza si può considerare composta da due parti principali: una superiore, soggetta a fenomeni di degradazione ed una inferiore, dove avviene l’aggradazione del materiale dilavato a causa del ruscellamento. Infatti, poiché le superfici dei ripiani hanno una debole inclinazione verso valle, le particelle di terreno si muovono a partire dall’estremità superiore della pedata, ma ad un certo punto la loro energia cinetica diviene insufficiente e si depositano sul ripiano  dando luogo poco alla volta ad un accumulo di terra. Quanto all’acqua che si infiltra, essa viene convogliata verso il basso attraverso i pori del terreno e la presenza del muro di contenimento ne impedisce in certa misura il deflusso. Considerato il regime delle precipitazioni in ambiente mediterraneo, decisamente stagionale, la presenza di umidità accumulata nel terreno durante la stagione piovosa può risultare una risorsa per le colture durante quella secca; d’altronde l’assenza di legante fra i conci del muro rende questo massimamente poroso, evitando i ristagni d’acqua eccessivi che costituirebbero un pericolo non solo per il buono sviluppo delle colture, ma come si è accennato, anche per la tenuta dell’opera stessa. La stabilità delle strutture terrazzate  e la loro idoneità ad ospitare determinate colture sono pertanto in stretto rapporto con il bilancio idrico.

Da un punto di vista pedologico il terrazzamento predispone superfici dove si rende possibile lo sviluppo della pedogenesi, la quale verrebbe altrimenti inibita dal dilavamento accelerato sui versanti acclivi non sistemati. A luoghi si è rilevata una bipartizione verticale del riempimento, che risulta formato da una porzione superiore, di colore bruno scuro, di spessore non superiore ad un terzo del totale, ed una inferiore, di colore variabile a seconda del tipo di roccia madre. L’orizzonte superiore è quello influenzato direttamente dall’attività dell’uomo: è composto essenzialmente da sostanza organica più o meno umificata, derivata dai materiali organici che si decompongono spontaneamente sulla superficie della terrazza, in alcuni casi anche dall’apporto di fertilizzanti. Questo orizzonte, almeno nei casi di terrazze non ancora abbandonate, risulta direttamente in relazione con le pratiche colturali attuali.

Per quanto riguarda le colture praticate sulle terrazze, si può affermare che forse la produzione agricola più frequente è quella dell’ulivo, che ritroviamo in quasi tutte le regioni italiane, dalla Liguria all’Italia centrale e meridionale. Fra le colture tradizionali resiste la vite, con l’area tipica delle Cinque Terre in Liguria. Altra coltura diffusa è quella dei prati-pascoli, presente, ad esempio, in Abruzzo. I castagneti da frutto, che erano stati piantati in alcune regioni su terrazze di nuova costruzione a partire dal secolo XVIII, per far fronte alle accresciute esigenze alimentari, sono attualmente quasi tutti abbandonati.

 

3.2. Le infrastrutture e gli edifici in pietra a secco

A corredo delle semplici opere di gradonatura dei versanti troviamo altri elementi strutturali dello spazio agrario, quali mulattiere, viottoli, rampe e scalette di collegamento tra le terrazze, ponticelli, canalette di irrigazione, condotti per lo scolo delle acque, strutture di delimitazione dei campi o  recinti per il bestiame, portali di accesso agli orti, cumuli di pietre derivate dalla bonifica del terreno, edicole devozionali, fontanili, coperture di pozzi, nonché edifici rurali più o meno rudimentali, le “caselle” o capanne di pietra a secco.

Le rampe e le scale servono per i collegamenti tanto longitudinali che trasversali tra le terrazze. Possono svilupparsi secondo la linea di massima pendenza, in corrispondenza  di un’interruzione dei muri delle terrazze, essendo costituite da una teoria di gradini in pietra, oppure, dove la pendenza è modesta, da un rudimentale acciottolato o lastricato. Là dove il collegamento non implica l’interruzione della struttura muraria, le scale sono ricavate in un arretramento del muro, profondo circa mezzo metro, al cui spigolo viene dato uno sviluppo obliquo dal basso verso l’alto tanto da ricavarne una rampetta, armata con grossi conci parallelepipedi che fungono da gradini. Questa viabilità tra terrazza e terrazza può connettersi ad un sistema di viottoli o mulattiere con varie opere in pietra associate, come muri, selciati, ecc., come è il caso di tante mulattiere in Abruzzo (Fig. 5).

 

Fig. 5 - Pereto (AQ). Mulattiera tra Fonte Vecchia e Santuario della Madonna dei Bisognosi. Tratto selciato, con allineamenti trasversali di pietre calcaree messe di taglio a mò di gradini (Foto: Gisotti).

 

Una struttura comune a molte regioni è il recinto per tenere insieme e proteggere il bestiame, più che altro le greggi, talora chiamata stazzo. Gli stazzi sono frequenti in alcune aree dedicate alla pastorizia, come sulla Majella o sui Monti Carseolani (Fig 6).

 

Fig. 6 – Uno stazzo sui monti intorno a Pereto (Foto: Gisotti).

 

Capanne in pietra a secco. Senza entrare nel merito degli edifici rurali veri e propri, importanti elementi del paesaggio costruito nell’ambiente agrario sono le capanne di pietra a secco, dette anche caselle, termine quest’ultimo diffuso dalla Liguria al Salento e che deriverebbe dal latino “casula”, ossia casa di campagna. Nelle varie regioni si tende ad usare un termine locale, come caselle in Liguria, macére o macerie o capanne a tholos, o pagliare o caciare in Abruzzo, specchie in alcune zone della Puglia e pagliai o pagghiare nel Salento. In Abruzzo il termine macére viene usato anche per indicare i cumuli di sassi derivati dallo spietramento dei terreni, operazione questa di solito strettamente connessa alla costruzione delle capanne in pietra.

La pianta delle capanne in pietra è circolare, talvolta ovoidale e raramente quadrangolare, e la pseudocupola è conica, per cui l’opera si presenta essenzialmente come un cilindro sormontato da un cono. La peculiarità che accomuna questi edifici primitivi e che li distingue da altri è la copertura, o falsa cupola, costituita da cerchi concentrici di pietre sovrapposte con leggero aggetto verso l’interno, fino alla completa chiusura della volta; talvolta esiste una lastra terminale di chiusura. Tale metodo, oltre a non richiedere armature di sostegno, distribuisce gli sforzi su tutto il materiale lapideo costituente i circoli, con evidenti vantaggi di realizzazione e di durata. Pertanto la statica di questa costruzione si basa sul contrasto laterale orizzontale che i blocchi di uno stesso anello esercitano l’uno contro l’altro. La muratura a secco e l’elevato spessore delle pareti perimetrali (non inferiore al mezzo metro), sono ulteriori caratteristiche che accomunano queste dimore temporanee.

La tipologia della copertura determina infiltrazioni di acqua nella capanna: la considerevole percentuale di capanne con tetti a zolle erbose presenti in alcune zone è sintomatica di tale difetto.

La tipologia, sia esterna che nella pianta, è molto ricca ed è funzione di vari fattori, quali la litologia e le dimensioni dei conci, la dimensione della capanna, l’uso della stessa, l’abilità del costruttore. Esse hanno funzione di riparo temporaneo per uomini, animali, attrezzi e talvolta anche per i raccolti (Micati, 1992, 2001; Cusella, 1997; Autori Vari, 1990).

Queste strutture possono venire ricavate all’interno del sistema terrazzato, oppure avere sviluppo indipendente, ma anche quando sono isolate, di solito fanno parte del paesaggio dei muri a secco. 

Tali caselle o capanne in pietra presentano sorprendenti analogie con altri prodotti dell’architettura spontanea di molte aree del Mediterraneo, quali l’Istria, la Francia, la Spagna: a tali manufatti è riconosciuta una comunanza di tecniche costruttive con edifici preistorici o protostorici di ben maggiore rilievo storico e architettonico, quali i nuraghi della Sardegna o le tholoi funerarie micenee e greche.

Una regione dove sono diffuse le capanne di pietra a secco è l’Abruzzo, ove sono concentrate in tre aree montane: Montagna dei Fiori, al confine con le Marche, poi i massicci montuosi del Gran Sasso meridionale e della Maiella.  Su tali versanti si conservano ancora i resti di migliaia di piccole capanne, rifugio per contadini e pastori nel lunghi mesi di duro lavoro ed isolamento.

In questa regione le terre rese libere dall’eversione della feudalità ed il notevole incremento demografico determinarono, nella prima metà dell’Ottocento, la messa a coltura dei terreni della media ed alta montagna. I nuovi coloni, appartenenti ai ceti meno abbienti, si spinsero fino a 1400 – 1500 m di quota e coltivarono le vallette più riparate dopo un lungo lavoro  di spietramento e dopo aver realizzato i terrazzamenti indispensabili per trattenere il sottile strato di suolo. Sulla Maiella la capanna in pietra a secco a falsa cupola rappresentò il tetto più economico e rapido, dovuto all’abbondanza di materiale e ad una certa predisposizione delle popolazioni locali all’accumulo ed alla sistemazione della pietra, conseguenti di solito allo spietramento degli scadenti terreni.

Tutte le costruzioni  più vecchie sulle quali si ha una datazione pressoché sicura sono di forma “primaria decadente”, quasi a segnare il primo gradino di un processo evolutivo che avrebbe portato alle grandi capanne a gradoni del primi del ‘900. Si trattava, all’inizio, di costruzioni molto modeste destinate soprattutto ad un ricovero stagionale e solo in un secondo tempo si realizzarono grosse capanne con funzione abitativa temporanea (Micati, 1992). Una volta costruite le dimore rurali vere e proprie, le capanne assunsero la funzione di dipendenze agricole e talora divennero stalle e fienili. Queste capanne successive si presentarono come costruzioni più raffinate, rispetto alla forma “primaria decadente”, le cui stesse dimensioni richiesero una maggiore accuratezza costruttiva. Le forme “primaria decadente” e “primaria ogivale” sono le più numerose in Abruzzo ( e non solo in questa regione) e si suppone che rappresentino la forma più spontanea della capanna a falsa cupola. La capanna “a gradoni” è la forma delle capanne medie e grandi, e di quelle più evolute, costruite da specialisti. Le altre forme sono molto meno diffuse.

Nella figura (Fig. 7) vengono presentate alcune tipologie costruttive relative alla forma esterna delle capanne abruzzesi in pietra.

 

Fig. 7 - Tipologie delle forme esterne delle capanne abruzzesi in pietra a secco. A: primaria ogivale. B: primaria decadente. C: secondaria  cilindrico-conica. D: secondaria  tronco-conica. E: secondaria a gradoni. F: secondaria a gradone elicoidale. G: derivata a pianta quadrata. H: sottofascia (Fonte: Micati, 1992, 2001).

 

In alcune aree le pietre a disposizione sono di piccola e media pezzatura, irregolari, e ciò comporta di solito una tipologia di manufatto più rozzo (forma esterna “primaria decadente”), con architravi a più conci; laddove sono disponibili lastre più o meno regolari, come nella Maiella nord-orientale, i conci permettono la realizzazione di forme più complesse, come la “cilindro-conica”,  e l’ingresso può essere realizzato con architrave orizzontale.

Dal punto di vista litologico, in Abruzzo la materia prima per realizzare le capanne ed anche le altre strutture in pietra a secco era costituita dalle  rocce carbonatiche che costituiscono i rilievi citati: si  va dai calcari, massicci o stratificati, ai calcari marnosi fino alle marne calcaree, più o meno carsificati. L’età è compresa tra il Cretaceo e l’Oligocene. I conci sono costituiti dai frammenti della roccia in posto degradata o dai blocchi presenti nella coltre detritica, spesso depositi di versante o morenici

I muretti e le capanne in pietra a secco possono essere considerate strutture ecologiche, perché non inquinano e non consumano risorse. Non si creano impatti perché per la loro costruzione vengono raccolte le pietre dal terreno e ricomposte nel manufatto senza aprire cave. Altre risorse naturali, come il bosco e l’acqua, non vengono intaccate poiché per la loro costruzione non serve il legno né l’acqua per la calcina o malta perché le pietre sono messe in opera a secco. Inoltre, tali costruzioni possono essere considerate un piccolo ecosistema, per la presenza di vegetazione e fauna peculiari, ad esempio insetti e  lucertole che si insediano nelle sconnessure delle pietre, i quali a loro volta vengono predati da rapaci notturni.

 

4. IL PATRIMONIO CULTURALE E NATURALE

Il sistema delle opere in pietra a secco costituisce un patrimonio tramandatoci dai nostri padri: gli elementi che rendono così prezioso questo sistema sono in sintesi:

-         il valore visivo della singola opera e del paesaggio che contiene ogni sistema;

-         il valore artigianale e geologico delle opere in pietra a secco, per cui, nei casi in cui esiste uno stretto rapporto fra l’opera e l’ambiente geologico che ha contribuito a caratterizzarla, si può parlare di geosito;

-         il valore faunistico e floristico-vegetazionale  dei sistemi, intesi anche biotopi;

-         il valore per il tempo libero e la ricreazione;

-         il carattere di monumento e il valore di testimonianza a livello di paesaggio culturale.

 

5. L’ABBANDONO E LA PARZIALE RICONVERSIONE. PROPOSTE DI RECUPERO

Il paesaggio della pietra a secco non è che una delle numerose forme del modellamento del territorio da parte dell’uomo, alla stessa stregua degli agglomerati urbani, delle dimore rurali, delle strade, delle opere di regimazione delle acque, della sostituzione di specie vegetali autoctone con altre esotiche, ecc. Gli elementi del paesaggio antropico, come del resto le forme naturali, persistono sinché è attivo l’agente che le ha prodotte. Il paesaggio della pietra a secco sta scomparendo in quanto sono in gran parte cessate le motivazioni che lo hanno prodotto. Infatti l’agricoltura tradizionale praticata sulle terrazze era costretta, per motivi evidenti, a servirsi di tecniche colturali arcaiche, che necessitavano un impiego consistente, seppure concentrato in determinate parti dell’anno, di manodopera. La stabilità del sistema era garantita da una rigorosa regolazione delle acque e dal costante presidio dell’uomo. Oggigiorno questo tipo di economia non è più sufficientemente redditizia, per cui si assiste all’abbandono dei terrazzamenti.

Nella fase attuale di abbandono gli agenti naturali tornano a prevalere su quello antropico che aveva a suo tempo modificato lo stato dell’ambiente locale. Inesorabile riprende il sopravvento il processo di “regolarizzazione dei versanti”, che tende all’eliminazione di tutte le asperità, quindi alla distruzione dei terrazzamenti e conseguente innesco di fenomeni erosivi. Il risultato non potrà quasi mai essere un ripristino dell’ambiente originario, poiché le trasformazioni create dall’uomo nel terreno influenzeranno gli effetti derivanti dall’azione degli agenti naturali, e d’altra parte il ripristino del consorzio vegetale spontaneo là dove sono state a lungo condotte pratiche agricole non è un fenomeno frequente né immediato. La riappropriazione da parte degli agenti naturali passa attraverso una serie di fasi regressive, non di rado caratterizzate da dissesti ambientali (frane, alluvioni, incendi, ecc.).

Con l’abbandono la funzione costruttiva del contadino viene a mancare e pertanto si incrementa la perdita del suolo attraverso il muro e in generale dalla terrazza.

Inoltre le acque superficiali, infiltrandosi nel riempimento in modo non più controllato e più violento, provocano l’incrementano delle spinte dell’ammasso sul muro a secco, il che provoca l’ondulazione del muro, che forma convessità nei punti dove la pressione applicata risulta maggiore, finché la resistenza al taglio della muratura non è più sufficiente a contrastarla e il muro cede (Fig. 8).

 

Fig. 8 - Pereto (AQ). Mulattiera tra Fonte Vecchia e Santuario della Madonna  dei Bisognosi. Tratto di muro in pietra a secco crollato. Attraverso la breccia si concentrano le acque ruscellanti, che tendono ad allargare il varco. Peraltro si nota che la parte di muro restante rimane integra, a causa della sua notevole capacità drenante (Foto: Gisotti).

 

Grazie alla plasticità delle strutture a secco, il cedimento non interessa la scarpata lungo tutto il suo sviluppo, ma solo per un tratto, il che favorisce la conservazione dell’aspetto complessivo del versante per tempi più lunghi; però con l’andar del tempo gli spanciamenti dei muri di contenimento si diffondono e il versante subisce una degradazione generalizzata.

La cementificazione e impermeabilizzazione dei terrazzamenti. In alcune aree, come nella fascia costiera ligure sede di colture molto remunerative (Pappalardo, 2002), la convenienza economica ha fatto sì che il terrazzamento non fosse abbandonato, e spesso l’ulivo ha ceduto il posto all’orticoltura e alla floricoltura. Qui i vecchi muri di pietra a secco sono stati sostituiti con altri in cemento che risultano più economici, e assai meno bisognosi di manutenzione. Tali situazioni sono peraltro diffuse in altre parti del territorio nazionale.

Però la cementificazione dei terrazzamenti presenta gravi difetti. A parte l’aspetto estetico molto discutibile (e tanti versanti dell’Appennino devono assicurare anche il mantenimento del paesaggio se vogliono essere considerati luoghi deputati al turismo), si verifica che i muri in cemento, dotati di scarsa elasticità, si prestano male ad essere estesamente sviluppati in senso longitudinale. Inoltre se sono ubicati alla base del versante possono operare un’utile azione di controspinta, ma se si innalzano verso la sua sommità tendono ad appesantire il deposito di versante con ciò contribuendo alla sua instabilità. Infine l’efficace sistema tradizionale di regolazione dell’umidità del terreno, elaborato sulla base dell’esperienza di generazioni di agricoltori, non può che venire stravolto dalla sostituzione delle murature a secco con muri in cemento, dotati di una permeabilità molto inferiore.

Possibilità di recupero. Considerato che l’abbandono dei terrazzamenti è pericoloso, in quanto nelle aree valutate più pericolose per le zone urbanizzate e/o interessate da infrastrutture non sembra possibile consentire una evoluzione “naturale” dei versanti terrazzati, pena il dissesto idrogeologico (frane e alluvioni) e che il loro recupero non correttamente condotto rischia di accelerare gli effetti deleteri del fenomeno, il pianificatore non dovrebbe sottovalutare le conseguenze dell’abbandono dei terrazzamenti con pietra a secco (e in genere l’abbandono delle opere ad essi collegati), né quelle della cementificazione dei versanti terrazzati o della loro impermeabilizzazione tramite la copertura con serre: indipendentemente dall’impatto visivo di tali strutture, che solitamente compromette il valore paesaggistico di un territorio, occorre valutare il costo dell’abbandono e trasformazione delle fasce terrazzate in termini di propensione al citato dissesto ambientale.

Da quanto accennato appare evidente che non è pensabile agire sulla totalità del sistema terrazzato, ma è necessario ed urgente conoscere meglio e tenere sotto controllo il fenomeno, intervenendo in quelle zone a maggior rischio idrogeologico ed ambientale che vanno individuate con quanta precisione è possibile. Una politica più attenta a questi problemi potrebbe partire da una valutazione globale dello stato di conservazione dei terrazzamenti e quindi prevedere una serie di interventi, diretti o indiretti, finalizzati alla loro tutela (Pappalardo, 2002). Ad esempio: creare un sistema di monitoraggio tale da riuscire ad intervenire nelle situazioni di dissesto quando queste sono ancora allo stato embrionale; fornire incentivi ai proprietari dei terreni affinché operino la necessaria manutenzione delle terrazze o, là dove questo  non è possibile, operare direttamente le bonifiche più urgenti; ricreare la figura dell’artigiano specializzato in grado di perpetuare la tradizione della pietra a secco; operare opportune riqualificazioni delle aree agricole terrazzate, viste come risorsa economica agricola e  agrituristica.

Gli organi pubblici non devono sottovalutare il recupero “infruttifero” dei terrazzamenti: se è vero che, dal punto di vista economico, ogni iniziativa dovrebbe autofinanziarsi, bisognerebbe anche considerare che lasciando il sistema dei terrazzamenti nell’attuale stato di degrado, questo costituirà (e in parte già costituisce) un costo crescente per la comunità tutta, soprattutto per quella urbana, che subisce, ormai con cadenze sempre più brevi, gli effetti del dissesto idrogeologico dei versanti abbandonati. Non bisogna dimenticare che in varie regioni italiane i sistemi  terrazzati costituiscono una importante quota del territorio: ad esempio in Liguria essi interessano il 75% della superficie agricola (Brancucci ed altri, 2001).

La sensibilità dei politici e dei pianificatori si sta risvegliando sull’argomento delle strutture a secco: vi sono alcuni progetti comunitari e regionali che vanno in questa direzione e qualche amministrazione locale si dota di strumenti normativi dedicati alla salvaguardia delle strutture in pietra a secco.

Tre isole del Mediterraneo, Pantelleria, Maiorca e Naxos sono insieme nel progetto “Medstone”, finalizzato alla salvaguardia, al recupero e allo sviluppo sostenibile dei paesaggi rurali della pietra a secco.

Il Progetto R.E.P.P.I.S. (Rete Europea Paesi della Pietra a Secco) pone l’accento sulla formazione di maestranze specializzate per il recupero e salvaguardia del paesaggio della pietra a secco; questo vede impegnato il Comune di Corsano (LE) insieme a alcuni partners europei della Spagna, Grecia, Francia.

In Liguria è stato varato un Programma Regionale Pluriennale, campagne 1999-2000, nel quale si riconosce un premio pari all’80% dei costi per il ripristino dei muretti a secco.

Il Comune di Ostuni (BR) si è dotato di uno “strumento normativo di salvaguardia”, variante al P.R.G., al fine di precisare ed esplicitare le condizioni di tutela degli ulivi secolari, dei trulli e dei muretti a secco.

6. CONCLUSIONI

Dall’azione millenaria, meticolosa, quasi ossessiva di spietramento dei campi da parte delle comunità locali si generarono le “macere” o “macerie”, gli innumerevoli cumuli di pietre che costellano le pendici di tante nostre colline e montagne, sino al limite dei pascoli più alti; dalle “macere” evolvono e traggono materia i terrazzamenti e le arcaiche architetture delle capanne in pietra a secco. Così da antagonista del vomere del contadino come del gregge del pastore, da “rifiuto”, la pietra diventa compagna, strumento, riparo, espressione di civiltà contadina, in un processo di umana evoluzione che però, caso raro nella civiltà del costruire, prescinde totalmente da ogni intervento di lavorazione della materia prima. La primitiva semplicità di queste costruzioni si trasfigura ed emerge in tutta la sua bellezza di sapienza etnica e monumentalità, tanto che questi monumenti di pietra possono rientrare tra i geositi (Gisotti, Zarlenga, 2004).

La meticolosa e sapiente opera di utilizzazione di elementi naturali, tesa a comporre un quadro ambientale che non turbi il primitivo equilibrio, appare ormai irrealizzabile, a causa della fretta e della estraneità all’elemento naturale dell’uomo attuale, ma anche a motivo della non economicità di antiche attività ed opere connesse. Terrazzamenti e capanne in pietra a secco autentici certamente non se ne costruiranno più, se non forse a scopi di ricerca  scientifica o turistici o museali, ma saranno altri dagli antichi, perché sarà mutata la mente che li concepisce. Tanto più appare importante conservare  opere appartenenti alle epoche trascorse, e salvaguardarle in un tutt’unico con l’ambiente che esse stesse hanno contribuito a formare.

Negli ultimi anni si è registrato in Europa un mutamento positivo a livello di opinione pubblica  nei riguardi dei sistemi in pietra a secco. Le terrazze, i muri a secco, le capanne di pietra non vengono più considerati un ostacolo alla coltivazione,  un elemento senza importanza del territorio anzi una fonte di pericolo, quanto piuttosto un patrimonio culturale-paesaggistico da salvaguardare e valorizzare, non solo come fonte di benessere  psichico ma anche come valore economico da utilizzare, ad esempio, per lo sviluppo del turismo culturale e rurale, in linea con i principi dello sviluppo sostenibile ed infine come forma di difesa del suolo.

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Inoltre sono presenti in Internet alcuni siti web che trattano l’argomento, come: www.humanrights-observatory.net/pierre-seche/pedrait/pietraasecco.html.

 


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