Pereto (AQ)
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Estratto da Lumen, numero 2, anno 2001, pag. 8

Notizie per il territorio:

Studi geologici su Pereto e sui monti Simbruini

la geologia è una scienza che l’informazione (grande e piccola) trascura volentieri, ritenendola adatta a un ristretto pubblico di esperti. Pensa, erroneamente, che investendo gli interessi di pochi non meriti particolari attenzioni, per poi ricordarsene dopo disastri ambientali e terremoti. Noi non la pensiamo così.

Una informazione geologica basilare dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ogni cittadino che vuole vivere in armonia con il proprio ambiente o, per lo meno, vivere nel modo meno conflittuale possibile.

Cominciamo a parlarne prendendo spunto da studi, che, seppur realizzati qualche anno fa, sono sempre di grande interesse.  Il primo è un lavoro a più mani, curato da COMPAGNONI B., GALLUZZO F., SANTANTONIO

M., Le “Brecce della Renga” (monti Simbruini): un esempio di sedimentazione controllata dalla tettonica, pubblicato nelle Memorie descrittive della carta geologica d’Italia, vol. XXXVIII (1990), Roma 1990, pp. 59-76. Le parti che ci interessano più da vicino sono quelle dedicate a Pereto, ossia: la p. 64 con la fig. 6, le pp. 65-66 e la fig. 13 a p. 69. Sempre da questo studio abbiamo preso la carta geologica sopra riportata. Osservandola bene vediamo che il paese sorge su rocce risalenti al Cretacico (1) superiore, vale a dire a circa 100 milioni di anni fa. Ma, per essere più precisi, la storia geologica della nostra zona inizia molto prima, 225 milioni di anni fa (Triasico), con la formazione del mare chiamato Tetide, antenato dell’attuale Mediterraneo. Al suo interno, dopo lunga sedimentazione, si sono formate le rocce delle nostre montagne che sono poi emerse, insieme alla catena degli Appennini, a partire da quel periodo geologico chiamato Miocene. Ora ritorniamo alla nostra carta geologica e attraversiamo il fosso di Pachetto in direzione nord-est (verso Piru Maru per i locali) dove troviamo prima i calcari a briozoi (2) e poi le “brecce della Renga” (3). Queste sono quelle rocce, molto caratteristiche, formate da strati di frammenti di altre rocce, più o meno grandi, a spigolo vivo, cementate insieme. Andando in montagna se ne trovano a monte Fontecellese, alla cima di Mazzacane o, più comodamente, lungo la strada che dalla fonte di Campolungo scende al piano di Morbano. Pensate che queste rocce, formatesi 15-20 milioni di anni fa, si estendono per un tratto lungo 30 km. E largo 4 e mezzo, da Villa Romana fino al centro della valle Roveto. Meno rappresentate nella carta sono le peliti (= argille) che si osservano a partire dalla fonte Vecchia fino alla fonte della Teglia e oltre (i Piaseri).

Un’altra importante informazione che il disegno ci offre sono le faglie, ossia quelle rotture della crosta terrestre rappresentate da linee nere continue, quando sono certe, o tratteggiate quando sono solo ipotizzate. Volete un esempio? Dalla parte alta del paese scendete alle Fonticelle, con la valle alle spalle guardate davanti a voi, vedrete lo scoglio di pe’ Santagna, quello è il piano di scorrimento di una faglia, la parte che si è abbassata sta sotto i vostri piedi. Se ora vi voltate, vedrete scendere innanzi a voi la valle del fosso di Paghetto con Pereto sulla sinistra e il monte della Foresta a destra; questo perché la faglia che corre lungo il torrente ha diviso i due rilievi. Meno suggestive sono le parti puntinate della carta, queste rappresentano i luoghi dove nell’ultima era, il Quaternario (da 1,8 milioni di anni ad oggi) si sono riversati i prodotti del disfacimento  dei rilievi circostanti; sono, per intenderci, le parti pianeggianti.

Un’ultima cosa da segnalare è alle pp. 65-66 del lavoro di Compagnoni e colleghi, dove si descrive una sezione stratigrafica alta 35 m. verso fonte Lubro. Queste poche pagine sono di grande interesse perché ci permettono di avere un idea cronologica sulla formazione delle montagne nei dintorni di Pereto. Si parte (dal basso verso l’alto) da una base formata da calcari a briozoi per poi proseguire con le brecce della Renga, descritte nei loro costituenti, e terminare con arenarie e argille. I curiosi possono continuare la lettura e conoscere (pp. 71-74) i meccanismi che hanno determinato la formazione di questi terreni e prendere così visione delle diversità esistenti tra le aree della zona studiata.

Michele Sciò

 

Note

1) Il nome Cretacico deriva da Craie (pronuncia Crè), un calcare bianco farinoso della Francia settentrionale ben studiato per la ricchezza di microfossili.

2) Queste rocce sono formate dai resti di invertebrati chiamati briozoi, sono vecchie di 20 milioni di anni.

3) Il nome proviene dal luogo dove queste rocce sono meglio rappresentate, il piano della Renga, tra Capistrello (AQ) e Filettino (FR).


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