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Intervista rilasciata ad Enzo D'urbano, estratta da Hombres, anno II, n. 11, dicembre 1996, pag. 1 e seg.
Gente di Piana
Aldo Maria Arena
D'Urbano - Professore Arena quando e come nasce il tuo rapporto con Pereto e
con il Castello?
Arena - In modo divertente, quasi ironico. Ironia della sorte: quando nel
1950 il fratello di mia madre sposò Adele Lozzi Camposecco, sua madre "zia
Lisetta" cominciò ad invitare tutta la famiglia a Pereto.
L'invito era reso allettante con espressioni quali: "Pereto è bello, in mezzo ai
boschi, l'aria è ottima... teniamo palazzo a Pereto dal 1300 con l'uccello
araldico affrescato dal pittore Scarlattei... Le fettuccine sono squisite".
Ricordo che quando tutti questi allettamenti restarono senza risultato, un pò
risentita disse: "ma noi Camposecco veniamo di Francia e siamo baroni...", al
che mio nonno materno, vecchio romano e, dissacratore socialista, non si
trattenne dal rispondere: "Cara Lisetta, ma p'esse baroni in Abruzzo bastano 100
pecore e 2 somari".
Questo sembrava aver messo fine agli allettamenti di Pereto, ma il destino era
in agguato. Nel 1954 mio fratello Maurizio fu rimandato (non molto
inopinatamente per la verità) a ottobre, in 4 materie. Era l'occasione attesa da
Casa "Campusicchu". Le adorate zie ospitarono Maurizio a Pereto per tutta
l'estate, organizzarono i suoi studi di riparazione (lezioni da Don Enrico,
ripetizioni ad Avezzano, ecc.)... Mio fratello superò l'esame ad ottobre; ma
evidentemente trovò il tempo di incontrare l'amore della sua vita: Elvira
Iadeluca, anche lei quattordicenne che passava le vacanze a Pereto con la
famiglia, nella casa di nonna Meca e Milordo. Questo amoreggiamento doveva
durare dieci anni sotto le affrescate volte di Palazzo Camposecco, vigili
complici le vecchie zie e, si concluse come nelle favole con un matrimonio.
Anche in questo lungo periodo mai messo piede a Pereto.
Quando ad aprile del
1965 nacque Fabio, Elvira cognata, a giugno si trasferì a Pereto perchè l'aria
buona faceva bene al pupo: e a questo punto la "nonnite" dei miei genitori e la
mia "ziite" ci portarono a salire l'ermo colle di Pereto.
La prima cosa che colpi la mia attenzione, fatte le debite effusioni al pupo,
assistito al bagnetto e alla pappa, fu il castello. Impossibile visitarlo perchè
la chiave cè l'aveva Stizio, che era amico di Pastarella, che era suocero di
Giuseppina e Furiee, sorella a Modugno e siccome non si trovava Modugno, non si
trovava la chiave. (Note dell'intervistato: per il significato e i riferimenti
ai soprannomi consultare il noto libro del Balla "Pereto").
Alla terza visita la chiave comparve miracolosamente nelle mani di Vittorio e
l'Ardito, amico fraterno e anima dannata di Maurizio e da allora per sempre
amico mio.
Entrammo insieme nella "Corte" da un foro, una specie di tunnel chiuso da un cancelletto di legno. Io mi arrampicai sulla vecchia scala a chiocciola, sugli
spalti; passeggiai in cima al muro della torre che era, come tutti sanno, una
scatola vuota alta 33 metri, con Vittorio che mi urlava da sotto tutta la sua
preoccupazione perchè non poteva salire con me e proteggermi dai pericoli perchè
soffriva di vertigini.
Tra la "corte" e me, da allora, nacque subito un grande rapporto. In altre
parole e ad altro livello anch'io, come mio fratello Maurizio, trovai un grande
amore a Pereto. Sei mesi dopo ero il proprietario di un'affascinante, storico,
pericoloso cumulo di pietre che impendeva sul paese. Qui vorrei ricordare
l'affettuosità di donna Mariannina Maccafani, di zia Lisetta, zia Agnese, zia
Irma (Maccafani anch'esse, perchè naturalmente scoprivo altri parenti tanto più
lontani, tanto più cari), che mi dettero i "terrenucci" che oggi costituiscono il
giardino inferiore e mi aprirono le loro case e il loro cuore; perchè questo fu
dall'inizio il vero miracolo di Pereto, non solo vedere lentamente la casa
rinascere... e non tanto lentamente perchè Nando, Bruno e papà Pastarella
Staroccia in due anni mi misero in condizione già di vivere nella torre. Il
miracolo fu anche trovare subito degli amici, ritornare "a casa" ogni fine
settimana (anche se la casa ancora non c'era) perchè c'era la casa di Antonio
Camerlengo che la sera mi aspettava in mezzo alla strada per portarmi a casa
sua, a mangiare la zuppa di cipolle preparata da zia Mariannina. E che dire
delle serate passate davanti al caminetto da zia Agnese nella vecchia casa di
Piazza degli Olmi: due salsicce, due braciole di pecora alla brace nel camino,
il tutto innaffiato di buon vino; alla cucina soprintendeva naturalmente
Giovannino Mariani, cuoco per vocazione e falegname per necessità. (Se le
finestre e le porte fossero state pronte con la stessa celerità e cura con cui
arrivavano le bistecchine... ) E alla fine, il famoso cognac della padrona di
casa. Una sera, dopo le libaggioni stavo talmente bene che zia Lisetta mi disse:
"Aldo mio, pari tutto riconfortato..." modo gentile di dire che ero quasi
sbronzo. E già perchè a Pereto, arrivato astemio, imparai a bere; devo dire che
imparai anche a reggerlo bene.. fino a svuotare una sera la cantina di Paoletto.
D'Urbano: Intanto i lavori a castello?
Arena: Sì, la casa cresceva, il giardino si ampliava con l'orto di Don
Enrico comprato, laboriosamente, tre volte dal Santo Sacerdote... la stalletta del
porco, sulla fiancata, comprata a "cartuccella", altre tre volte dai proprietari
succedutesi, l'ultimo: Giorgio Ciccetti".
D'Urbano: La prima notte a castello?
Arena: Non so, Presidente, come sei arrivato a questa domanda, perchè c'è
una storia anche qui. Italia Giustini preparò il letto con lenzuole profumate di
spighetta, Micche (Micittu) accese il fuoco sul camino interno, il prete nel
letto e dopo una lauta cena a casa Nicolai, con Santino e Duccio (pardon il Cav.
Maresciallo Gaspare Meuti), tutti insieme mi accompagnarono in camera da letto.
E li successe la catarsi! NON potevo dormire a Corte... c'erano i fantasmi. Il
classico momento di paura atavica. Il problema fu risolto da Santino: Duccio
avrebbe dormito di sotto, nel salone su un materasso. Forti di questo presidio,
cominciavo ad addormentarmi anche se un pò di disagio lo sentivo! Il vento che
fischiava, i rumori ancora non noti di una casa sconosciuta... E all'improvviso
voci, colpi... i fantasmi! Invece era Duccio che aveva paura di dormire solo, ed
anche di tornare a casa perchè "di notte Corte, da solo, non lo traversava" ed
era fuori dalla porta (che avevo accuratamente sbarrata) col suo materasso, e
che finì davanti al camino, dormendo tranquillo e più al caldo di me.
D'Urbano: Dopo l'insediamento a Castello come erano i rapporti con il paese?
Arena: Era più facile allora farsi degli amici; il paese viveva raccolto in
se stesso, Roma era lontana. In tutta Pereto c'erano 6 auto due delle quali,
quella di Fulvio e quella di Don Enrico, in genere parcheggiate, arrotolate,
intorno ad un albero indiscreto. Per cui c'era più vita comune e i giovani e i
meno giovani vivevano insieme le gite in montagna, la bicchierata, la cenetta... La
differenza di età non era un ostacolo: gente della generazione di Giovannino
Mariani, di Antonio Carnerlengo (allora sui 50 anni), gente della mia
generazione (sui 30 anni) e i nostri ragazzi, Enrico Balla, Paoletto Meuti, e i
giovanissimi Enrico lppoliti, Massimo Meuti, Andrea ladeluca formavano un gruppo
omogeneo. C'era più spirito di comunità, più coesione. Così nacque la Pro Loco,
nel salone del Castello, con intorno alla tavolo soci fondatori amici e nemici
intimi, accomunati dalla voglia di fare qualche cosa di buono per il paese e
perchè no di divertirsi insieme.
D'Urbano: Ma chi sono queste persone?
Arena: Da Tonino Bove a Zio Gabriele ladeluca, da Don Enrico al Sindaco
Antonio, tutti i commercianti Mafalda, Mirupittu, Muschittu... Gli imprenditori
Fulvio, Domenico Camerlengo... i Nobbili con 2 B. Così si rilanciò il Presepe,
nacquero le mostre estemporanee di pittura, la fagiol cotica...
D'Urbano: Professore il Castello oggi è senz'altro uno dei monumenti più
importanti d'Abruzzo, che sensazione dà averlo ristrutturato.
Arena: Un restauro di un monumento importante, ridar vita a una cosa morta
offre momenti di grande gioia e di crisi. Gioia per quanto realizzato, crisi
quando, in corso d'opera, sorgono i dubbi sul che fare, sul come farlo. Direi
che l'aver ottenuto il Premio della Comunità Europea per il miglior restauro in
Italia nel 1994 è stato il miglior riconoscimento per quanto fatto dagli
artigiani di Pereto che, da soli, hanno svolto il lavoro in modo egregio fino ai
particolari: il pozzo, scolpito da Ruggero nel 1980, è stato apprezzato da
esperti come un ragguardevole esempio di arte medioevale.
Così "Corte" è diventato un centro internazionale, di un centro culturale e di
questo, ne sono convinto, si è giovato tutto l'ambiente del Paese.
D'Urbano: Professore che effetto ti fa oggi Pereto?
Arena: Ma, credo che ormai a Pereto sia diventato, dopo tanti anni parte del
panorama, come un vecchio mobile che ci si è abituati a vedere in una stanza. In
realtà credo di essere più peretano di molti nati a Pereto: loro ci sono nati
per cause naturali, io Pereto l'ho scelto.
Sono quasi certo di non avere nemici intimi: e a Pereto questo è una conquista e
sono certissimo di avere tanti buoni, veri amici, con cui dividere insieme gli
anni... bah, diciamo, della maturità. I nostri giovani sono diventati sindaci,
colonnelli, professionisti, pensionati... i nostri vecchi tengono duro.
D'Urbano: E cosa ti lascia perplesso di Pereto oggi?
Arena: La mancanza di rapporti umani tra i giovani e i meno giovani, i
vecchi...
Certo questo è dovuto anche alla differenza di età, ma non è solo
questo: c'era la differenza di età anche prima. Non vedo le giovani leve
interessate alla vita sociale del paese come una volta. Nonostante iniziative
va1ide, alcune, come la banda il coro, seppero, malgrado le difficoltà, qualche
personalismo; altre non riescono a sopravvivere. Il tuo giornale è l'esempio
magari di una iniziativa necessaria che meriterebbe però sostegno e più
collaborazione.
In conclusione pur apprezzando tutti i vantaggi di una vita resa pìù facile, più
aperta dal progresso, dall'evoluzione economica e sociale (per cui il vecchio Pereto "borgo chiuso" di 30 anni fa non ha più ragione di essere), non vedo
perchè in un paese rinnovato e più aperto, non possono ancora vivere ed operare,
i lati positivi del buon tempo andato. Ed è questo l'augurio che vorrei fare
dalle pagine di Hombres: un Paese nuovo ma rispettoso dei valori del suo
passato.
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